Franco Naddei: un viaggio sulla strada maestra con le tracce di “Mostri”.

Si evolve e chissà se così si fa completo il lavoro che tempo fa pubblicò in rete Franco Naddei dal titolo “Mostri”. Oggi sono in totale 10 le sue personalissime quanto “inedite” versioni di grandi maestri della canzone d’autore, in tante derive diverse, da Tenco a Freak Antoni degli Skiantos, da De André ai Diaframma.

Il suo occhio indagatore, la sua penna ristrutturante e la sua delicatezza digitale. Parafrasando il ritmo ma anche rivoluzionando le sensazioni e la faccia, senza peccare di riconoscibilità e senza violentarne la magia. Ma è come se ognuno divenisse, poco a poco, un brano di Franco Naddei. Con umiltà parlando, ma anche con la consapevolezza di parlare di un artista pregiato della controcultura musicale italiana. Per quanto ancora conti parlare di controcultura…

Franco Naddei ci completa un lavoro inizia mesi e mesi fa. Come mai questa voglia di “completarlo”?

In realtà il disco è rimasto congelato per qualche tempo per vari motivi sia personali che professionali. Ho dovuto cambiare casa e trovare un luogo dove lavorare; per fortuna gli amici de “L’amor mio non muore” mi hanno accolto e tuttora lavoriamo insieme. Tra l’altro anche loro, come me, amano l’analogico e registrano ancora tutto su nastro come un tempo; mi hanno concesso di portare un computer in studio solo perché sanno che ne faccio buon uso, quasi analogico appunto!

Poi mi sono interrogato a lungo se fosse un lavoro soltanto mio; un gioco ed un esperimento con cui ho cercato un’ identità sonora che spesso in passato ho trascurato a discapito delle parole e dei concetti che ho sempre espresso nei dischi a nome Francobeat. Per cui ho atteso che i tasselli andassero al loro posto e riascoltando “Mostri”; dopo averlo fatto decantare per un po’, ho pensato che forse quel gioco poteva essere condivisibile e ho provato a vedere che effetto avrebbe generato farlo ascoltare a tutti un po’ alla volta.

I primi feedback mi hanno fatto capire che potevo tranquillamente espormi. In fondo lo intendo come un disco molto intimo; non sapevo bene se fossi stato chiaro nelle scelte delle canzoni e in quello che raccontavano. Credo che ogni brano abbia a che fare con me; momenti della mia vita, persone a cui ho voluto bene e che amo, sensazioni che provo proprio come le ho sentite raccontate in queste canzoni. Quindi il completarlo voleva dire condividerlo ed uscire allo scoperto.

Un modo come un altro per far ascoltare le canzoni dei nostri mostri sacri da un punto di vista inaspettato e nuovo. Potrebbe essere una cassetta analogica che registri e passi agli amici col desiderio di fargli scoprire qualcosa che ti piace.

Verrà mai stampato o resterà solo una chicca della rete?

Non credo che lo stamperò e non era nato per essere fissato su un supporto fisico ma solo un veicolo per suonarlo dal vivo. Nonostante si tratti di musica elettronica questo disco prende una forma diversa nei concerti che va a toccare quel concetto di “cantautorave” (neologismo creato da quel bravo cantautore ed amico che è Giacomo Toni) che infine era il nocciolo della ricerca sonora.

Fare in modo che si potesse ballare con Tenco, Ciampi, De Andrè, Conte mi divertiva molto. Per fortuna, prima di questa brusca interruzione, ho avuto modo di suonare parecchio in giro e devo dire che l’esperimento sembra proprio riuscito. Dal vivo il mio compito è far sbagliare il computer in modo da giocare anche sul palco così come ho giocato a smontare e rimontare i pezzi per il disco.

In quest’ottica non lo trovo un lavoro statico da essere imprigionato in un solco; mi piace l’idea che più riesco a suonarlo più cambia forma; cresce con me e mi accompagna nella ricerca di possedere l’elettronica con le mani. Il computer è utile ma cerco sempre di fargli fare quello che ho in testa e non che mi faccia scegliere fra migliaia di giga di librerie di suoni distraendomi dal gesto creativo che intendo sempre molto istintivo e liberatorio. La distanza tra la testa/cuore e le mani deve essere la più breve possibile.

Che rapporto hai con i dischi oggi? In questa assurda rivoluzione del vinile… e in questa continua egemonia del digitale…

Bella domanda. Io sono cresciuto in un’epoca in cui i dischi si compravano, si mettevano i soldi nel salvadanaio e poi si andava nel negozio a comprare il disco che volevi perché eri fan di un gruppo o di un cantante e senza sapere tanto di quello che avresti trovato dentro al disco, e spesso era meraviglia come scartare un regalo di natale. C’era il negoziante di turno che ti consigliava, ti faceva ascoltare la sua copia, ne scartava qualcuna apposta per te per farti invogliare. Oggi è tutto cambiato e questa funzione la fa la rete con tutto quello che ne consegue.

La cosa che ritengo più negativamente rivoluzionaria è che non solo non possediamo più una parete di vinili e cd, che peraltro fa anche arredo, ma non possediamo nemmeno più i file digitali. Il commercio ora si basa sul click nemmeno più sul download e questo è un sintomo di quel meccanismo perverso dove la musica conta sempre meno, conta più l’hype, il nome di grido che gira e che viene consigliato dalla macchina col ragionamento sterile del “se ascolti questo allora ti piace quest’altro”. Ma come faccia la macchina a sapere cosa mi piaccia veramente rimane un grande mistero

La rete da una grande libertà ed io stesso ho conosciuto molte cose belle che altrimenti in passato non avrei nemmeno sentito nominare ma se sto cercando qualcosa non vuol dire che mi piaccia per cui la macchina traccia i miei movimenti ma non quello che provo e tende a ripropormi cose che non sono il risultato di quella ricerca ma la ricerca in se e nella ricerca si fanno molti errori, giustamente.

Temo sia proprio cambiata la funzione della musica, cioè a cosa serve veramente? E’ un sottofondo? Un suono tra il motore del frigo e la lavastoviglie? Una confusione nella confusione dell’abitacolo di una vettura o di un locale pieno di gente che parla e beve? Non so bene. Fatto sta che bisogna prendere il buono e le sue conseguenze che spesso hanno a che fare anche col valore economico.

La gratuità nella disponibilità della rete fiacca le risorse di chi fa pochi numeri e cerca di fare ricerca e cose belle per cui a quel punto se il pubblico vuole sostenerti anche in questo senso va bene il vinile, va bene la maglietta, le spille e tutte le altre diavolerie che ti vengono in mente. Che poi il vinile venga ascoltato due volte e rimesso al suo posto a favore della versione digitale online perché più comoda credo sia un fatto.

Faccio parte di quella nicchia che ha sempre voluto essere onesta senza cedere a piacionerie di nessun tipo per cui l’egemonia digitale mi cambia poco. Bisogna solo fare molta attenzione a percepire questa presunta libertà come reale. Trovo che questi siano i tempi più reazionari degli ultimi 40 anni di musica. Erano più liberi Domenico Modugno, i Beatles, gli Area, i Suicide, i Talk Talk, Piero Ciampi, gli Skiantos, i Kraftwerk, i CCCP e tutti quelli che hanno osato in qualcosa, chi nell’uso della parola sia nella ricerca sonora.

Oggi il terrore di non piacere sterilizza il gesto creativo tanto da generare canzoni e generi on-demand, relegando le perle ai margini, difficili da trovare e nemmeno sempre ben riuscite. Sono molti i dischi degli ultimi 10/15 anni che ascoltandoli mi davano sempre l’impressione che ci fossero solo spunti di ottime intuizioni ma che non reggevano l’intero disco. E nella velocità di questi tempi non c’è lo spazio per approfondire e crescere perché per il click tutto il gesto creativo si brucia in un lampo, ma forse mi sbaglio.

Pensando ai “Mostri” si pensa sempre al passato. Ma forse non è proprio così o sbaglio?

Ho quasi 48 anni e penso di potermi permettere un certo scetticismo sulla modernità, non fosse altro per ribadire che è giusto che non me ne senta ammaliato. Ci convivo, provo a vederne i lati che sento positivi. Se non fosse per il mio ruolo professionale di produttore di dischi probabilmente ne sarei totalmente disinteressato. E’ chiaro che il peso della storia, della distanza temporale, restituisce un valore di autorevolezza ma sono diffidente all’equazione: distante nel tempo = una volta era più bello. Una volta era diverso, ed eravamo diversi anche noi, tutto qui. Fatto sta che qualcosa si è perso in questo tempo ed è mio dovere farlo notare correndo il rischio essere in errore. Del resto se leggi l’opinione di gente come Flaiano o Marchesi sul loro tempo molte cose, col senno di poi, sarebbero discutibili.

Ma come fai a controbattere pensatori ed intellettuali di questo calibro? Io non so più se la rivalutazione del recente passato sia dovuta ad un suo valore effettivo o alla sua portata di nostalgia per un tempo passato, e non lo posso sapere se non campando altri 40/50 anni e poterne analizzare gli effetti nel lungo periodo.

Qualcosa mi dice che c’è una sensibilità che lentamente si perde, o meglio muta nella curvatura del tempo. Sta a noi capire cosa sia necessario riprendere e, se vogliamo, attribuirgli un valore di riferimento. Non so dire se quello che ascolto oggi fra 50 anni avrà la stessa portata emotiva dei “mostri del passato”.

So che gli artisti devono misurarsi col loro tempo e quel che resta è la loro visione del futuro.

Se oggi l’amore, in tutte le sue implicazioni anche carnali viene raccontato parlando di chat, Tinder, Instagram, YouTube e di likes su foto piccanti, non è detto che fra 50 anni non sia inteso come qualcosa di romantico perché magari fra 50 anni tutto sarà mutato totalmente e magari assumerà un valore romantico.

Nutro però forti dubbi, proprio su questi argomenti ma forse perché sono di un’altra generazione.
Ad ora i grandi del passato sono ancora quelli che sanno rappresentare l’amore come qualcosa di assoluto che niente e nessun mutamento può sradicare veramente. E se sai raccontarlo, oggi come ieri, sarai sempre attuale.

Ma in genere è sempre agli anni di epoche fa che pensiamo quando prendiamo riferimenti. Perché secondo te?

La radice, il blues, il senso della necessità delle cose sarà sempre un riferimento perché sempre di più avremo bisogno di sintesi, di qualcuno che ci riporti all’essenza delle emozioni che proviamo ascoltando musica. La verbosità, l’abbondanza di uscite discografiche e di trovate comunicative mi rendono sempre sospettoso di una giustapposizione tra necessario e bisogno.

Sentiamo il bisogno di molte cose che in realtà non ci servono, la necessità ci toglie il respiro e ci rende consapevoli di ciò che ci rende vivi. Ad ora il passato è ancora una coperta di lana che scalda. Se dovessi fare una metafora (perdonami per questo) per ora la coperta mi pare elettrica, funzionale ma non sincera. Non amplifica il tuo calore ma ti assiste nella mancanza di poterne generare.

E poi, se devo dirla tutta occorre molta preparazione, ascolto, studio, ricerca, capacità di analisi che chissà perché in musica, parlo di quella più pop chiaramente, sembra non sia necessaria o che basti anche solo lo scimmiottamento.

Sia chiaro, sono convinto che nell’errore ci sia spesso una grande scoperta ed intuizione involontaria e che è storia che molti grandi non avessero poi tutta questa preparazione ma col tempo l’hanno maturata, sia studiando che mettendo insieme esperienza sul campo.

Non è obbligatorio sapere chi ha inventato il vocoder che ora è l’emblema di un genere ma è stato creato da qualcuno a cui serviva quella cosa lì. E non sto qui a dire quante cose hanno inventato i Beatles, i Pink Floyd e molti altri, per il solo fatto che servivano a rendere speciali le loro composizioni.
Se queste lezioni non vengono acquisite difficilmente si potranno creare riferimenti nuovi per il futuro. Qualcosa c’è ma troppo poco. Spesso il guardarsi indietro da parte di certi artisti è solo citazionismo autoreferenziale a fini di marketing.

Sono tempi distratti, troppo veloci per concedersi il lusso di riconoscere riferimenti con lucidità ed imparare.

Sai una cosa che mi mette molta tristezza? C’è una serie di AD prima di cose che ascolto su YouTube dove un ragazzino pubblicizza un software per fare musica argomentando di quanto sia figo farla senza conoscere nulla di musica dato che la macchina ti permette di comporre ugualmente. Non sono contrario, per carità, ma se alla fine di questo AD si dicesse che magari studiando qualcosina faresti anche di meglio non sarebbe male.

Ecco, se il riferimento diventasse solo la macchina non avremmo più musica bella nuova da ascoltare ed andremo sempre di più a ritrovarla nel passato.

E allora: oggi quali sono i tuoi riferimenti?

Posso proseguire con quello che ho detto prima. Inevitabilmente guardo indietro: in primis i Talk Talk di Mark Hollis negli ultimi dischi, Velvet Uderground, Joy Division, la prima fase dei Depeche Mode, David Byrne in tutte le sue mutazioni, Portishead, Massive Attack.

Non è un caso che non abbia citato gli italiani dato che “Mostri” è servito anche a questo, a farmi capire con maggiore attenzione il peso dell’italica parola. Ciampi, Tenco, Conte sono riferimenti di cui devo assolutamente tenere conto. La mutazione sonora in “Mostri” dentro i loro pezzi è stata fondamentale per me capirli meglio perché l’impianto sonoro personalmente spesso mi ha allontanato.

Se Aphex Twin avesse sonorizzato un brano scritto da Conte sarebbe stata una epifania, se Freak Antoni avesse avuto i Velvet Underground come band sarebbe stato osannato dalle folle? Non lo so, ma qualche orecchio si sarebbe destato o perlomeno si sarebbe incuriosito e fatto qualche domanda.
La parola in musica è affare spinoso e a quel punto è meglio l’assenza, il silenzio proprio come faceva Mark Hollis col suono passando notti intere a suonare una singola nota di pianoforte per capire quante sfumature potesse avere, quanto piano potesse ancora vibrare la corda e generare suono.

In questo momento di forte rumore di fondo è difficile udire chiaramente le sfumature soprattutto ora dove la necessità di colmare il vuoto, dato dal fermo forzato, l’effetto è stato di aumentarlo a dismisura come se servisse ad esorcizzare il momento alimentando smanie di presenzialismo e di ego associato sfruttando il momento. Sarebbe bello incanalare tutta questa energia per il momento in cui ce ne sarà bisogno per ripartire guardando il futuro.
Ora credo sia il momento del silenzio.

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