Intervista esclusiva a Maestro Pellegrini

Intervista esclusiva a Maestro Pellegrini che ci parla di “Fragile” (o meglio del suo secondo capitolo, uscito da poco).

Collaborazioni e militanze con The Zen Circus, Criminal Jokers, The Walrus, Bobo Rondelli, Appino, Francesco Motta e tanto altro nel suo curriculum. Esperienze che lo fanno considerare da critica e pubblico uno dei migliori musicisti “Indie” italiani.

Intanto però parliamo con lui di “Fragile”, della scena toscana e di cosa voglia dire oggi essere Indie…

Maestro Pellegrini foto

Intervista esclusiva a Maestro Pellegrini che ci parla di “Fragile” (o meglio del suo secondo capitolo, uscito da poco)

Partiamo dalla più ovvia delle domande: perché “Fragile”?

In realtà il titolo del disco è una delle prime cose che ho scelto. Quando ho capito che le tematiche che mi stavano venendo fuori erano molto auto analitiche in qualche modo e quindi parlavano sempre di me, della mia personalità e quindi anche del mio mondo interiore, delle mie emozioni e delle mie paure (insomma di tutto ciò che costituisce la personalità di ognuno di noi) ho creduto subito che fosse la parola che mi rappresentava meglio. Peraltro è una cosa che ho condiviso con persone che mi sono vicine e quindi è un titolo che in qualche modo è stato partecipato.

Sentendo i provini con i collaboratori che ho (ad esempio Luca dell’agenzia di booking Locusta) è  stata una cosa che abbiamo condiviso e abbiamo subito capito che era il nome giusto. Anche perché la mia non è solo una fragilità, “Fragile” non rappresenta solo la mia fragilità personale emotiva ma anche fisica (di costituzione) in qualche modo ed è anche una condizione umana che possiamo in qualche modo generalizzare perché per me la fragilità è un attributo positivo e non negativo.

Renderci conto della nostra fragilità è un passo importante e secondo me dovremmo farlo anche come società. Anche perché quando poi non sei consapevole di questo poi è il mondo che te lo ricorda in qualche modo. Sicuramente la nostra è una società fragile.

Come mai hai scelto di pubblicare prima due Ep e poi di riunirli in un unico full lenght? Se ci pensi bene è un’operazione alquanto insolita in Italia o comunque fuori dagli schemi dello show business…

Il discorso onestamente è un po’ diverso, nel senso che la mia idea era quella di pubblicare il disco completo (doveva uscire l’8 maggio, durante la prima ondata). Poi questo non è stato possibile in quel periodo (non si potevano neanche stampare i cd). Ci siamo trovati completamente bloccati e a quel punto con Black Candyproduzioni abbiamo deciso di cominciare a pubblicare i brani perché comunque abbiamo reputato importante dare in qualche modo la possibilità a tutti di ascoltare i brani. In realtà però la scelta è stata mia ma loro l’hanno condivisa con me.

Era comunque un momento di difficoltà e io non avevo molto altro da offrire agli altri. In quel momento secondo me ognuno di noi doveva contribuire ad aiutare anche psicologicamente le altre persone. Io non avevo molto altro in mano e quindi ho reputato importante fare uscire i brani e ho iniziato; ho fatto uscire il primo volume e poi purtroppo la cosa si è prolungata e allora ho scelto di fare uscire anche il secondo.

Non è stata una scelta puramente discografica, ma personale condizionata  soprattutto alla situazione che c’era. Quindi anziché dire aspettiamo,  come magari hanno fatto altri artisti,  ho cominciato a pubblicare prima quattro brani e poi altri quattro. Non c’è una strategia dietro quindi…

C’era la voglia di condividere un po’ quella che era la mia cifra artistica in quel momento. Adesso sto scrivendo altro e non può uscire fra cinque anni perché altrimenti non ha senso artistico. Quelli erano i brani, era la mia identità, era giusto che uscissero allora perché raccontavano quello che era e che provavo in quel momento. In secondo anche perché dare la possibilità alle persone gratuitamente di trovare un territorio di conforto, perché credo che la musica sia un terreno confortevole per alcuni.

Intervista esclusiva a Maestro Pellegrini – parte 2

Come nasce la collaborazione con Andrea Pachetti?

Lui è un produttore artistico ma anche un tecnico del suono che ha lo studio a Livorno, la mia città natia. In quel momento vivevo ancora lì (adesso vivo invece a Padova). Ho scelto lui perché lo conoscevo già, sapevo come lavorava e c’è anche un lato umano (siamo molto amici).

Credo che l’amicizia in generale quando si collabora in ambito artistico sia molto importante perché subentra il  livello personale. Si dà la propria vita in mano a qualcun altro. C’era un’amicizia importante che ci legava e ho scelto prima di tutto il lato umano poi abbiamo iniziato a lavorare insieme e peraltro anche sul lato artistico andava bene.

Non ti nascondo che mi ci è voluto un po’ di tempo per produrre i brani perché comunque per me è un primo disco quindi comunque io porto i brani pianoforte e voce e dovevamo comunque trovare un sound che fosse solo mio in qualche modo e questo è un processo un po’ difficile.

Tra l’altro noi abbiamo due background molto diversi perché comunque io ho studiato musica classica e ho una concezione poetica del Rock, lui invece viene dall’elettronica e quindi in qualche modo ero curioso di vedere come queste due identità si mescolassero e secondo me era ciò che volevo provare io:  quello di cercare un sound che fosse un ibrido tra elettronico e acustico.

Infatti nel disco hanno suonato molti musicisti ma ci sono anche strumenti veri (un sax baritono, una tromba, un violoncello)… Ci sono vari strumenti però c’è anche una parte di produzione che è elettronica. Ero molto curioso di vedere come funzionasero insieme queste due strade e la mia identità e il mio sound dovevano passare in qualche modo da una miscela di questi due ambiti e così è stato. C’è però voluto molto tempo (due anni praticamente) per finire il disco. E’ stato un lavoro lungo però alla fine sono molto soddisfatto del sound. Mi ero promesso di non uscire dallo studio finché non lo fossi stato.

Nei primi anni ottanta, soprattutto a Firenze, si assisteva a una rinascita della scena musicale. Esiste secondo te oggi un movimento musicale toscano?

Assolutamente sì. Nel senso che io mi sento di far parte di una scena. Per scena intendo appunto un insieme di artisti che si sono contaminati e in qualche modo hanno fatto un percorso di vita condiviso. Comunque io sono stato nella prima band di Francesco Motta e sono attualmente negli Zen Circus. La condivisione è tantissima. Loro due stessi sono legatissimi quindi sicuramente abbiamo creato una scena qualche anno fa.

Adesso mi sento di poter dire che  noi la stiamo portando avanti e ormai è questa gente la nostra vita, il nostro lavoro, la nostra arte. Sicuramente poi ci sarà una scena nuova io appunto ormai vivo a Padova e ho fatto la mia vita, quindi quello che sta accadendo di nuovo in Toscana in questo momento non lo so sinceramente, mi sembra che la situazione adesso sia un po’ ferma. Mi sento però di dire che noi l’abbiamo creata.

Intervista esclusiva a Maestro Pellegrini – parte 3

La musica sta cambiando molto velocemente… Qualcuno parla di evoluzione ma se penso a fenomeni come la Trap sinceramente (almeno io) la penso molto diversamente… Qual è la tua posizione a riguardo?

E’ un po’ complessa la cosa nel senso che la Trap è stato un fenomeno di moda secondo me e anche un movimento in qualche modo, perché poi i fenomeni sono di costume. Sicuramente si è creato un movimento, che  a livello di contenuti era molto povero.

Adesso abbiamo superato anche quel momento là nel senso che le mode (anche nella musica) passano. Se pensiamo al Nu Metal ad esempio dei primi anni duemila è durato pochi anni. Così è successo anche per la Trap. Te lo sto dicendo perché per me è già finita. Semplicemente quando c’è un momento nuovo c’è attenzione verso di esso e qualcosa da lì poi nasce sempre.

Secondo me dalla Trap è uscito qualcosa di bello perché poi una volta finita questa  moda  (che a me non piace personalmente) qualche ragazzo si è  incuriosito alla musica  e prendendo un piccolo spunto da lì ha poi comunque portato un’evoluzione. Sto parlando per esempio di Tha Supreme che è un produttore che inizialmente sembrava che facesse Trap in realtà poi stava facendo un Rap molto strano, molto particolare e molto nuovo secondo me peraltro con contenuti che non sono quelli della Trap e quindi alla fine dai movimenti e appunto dalle tendenze poi nascono delle derive interessanti in qualche modo penso che  così è stato.

Comunque c’è stata una deriva anche interessante che è venuta fuori e che si affermata. Quello che sta succedendo adesso è un po’ diverso perché la Trap sta scomparendo (giustamente) e invece stanno uscendo delle realtà che prendono spunto da quel mondo là che però mescolano il Rap con l’elettronica e usano il primo in un modo nuovo e i contenuti sono anche diversi.

Cosa vuol dire essere Indie oggi in Italia?

La definizione la sappiamo tutti… La musica indipendente esisteva già negli anni novanta, era un fenomeno non solo italiano. In questo momento poi c’è difficoltà enorme per tutto il nostro mondo e quindi cosa sarà l’Indie dopo il covid-19 dovrebbe essere la domanda…

Ci sono ancora realtà indipendenti in Italia. Locusta ad esempio è una di quelle. Semplicemente questo è davvero un momento di difficoltà.

Per me il termine Indie non rappresenta un genere musicale ma un approccio alla filiera . Essere indipendente vuol dire non dipendere dalle major principalmente. Questa sarebbe la definizione Soltanto che oggi come oggi questa definizione è assolutamente inutile, è cambiata perché comunque è cambiato il sistema economico, quindi non ha più senso in qualche modo per me ricercare questo tipo di etichetta. Poi  di questa etichetta si sono appropriate varie correnti musicali molto diverse fra loro. Per me l’Indie non è una sigla artistica, bensì è un modo di lavorare anche perché l’artista parte sempre da una situazione in cui è lui a fare  la prima mossa.

Tutti gli artisti sono nati da soli, secondo me peraltro è più una questione di approccio e non una questione di genere musicale. E’ stato un po’ abusato il termine in questo senso…

Cosa ricordi dell’esperienza sanremese?

Sanremo è stata una bellissima esperienza. Ho avuto la fortuna di farla con una band che in qualche modo ti sostiene sempre. Con gli Zen Circus ci siamo molto divertiti (peraltro è uscito da poco il disco). E’ stato molto emozionante, un modo per la band di festeggiare i venti anni di carriera. Sono il fratellino degli Zen Circus, sono entrato da pochi anni nella band, collaboro con loro da qualche anno, c’è un legame molto forte anche affettivo, quindi sono proprio il fratellino in tutti i sensi…  Non di sangue ma in tutto il resto, nella concezione  artistica.

Progetti futuri?

Sto scrivendo altre canzoni. Non so ancora quando usciranno. Spero di riuscire anche di portare dal vivo questo disco con una produzione diversa perché fino ad adesso sono riuscito a far ascoltare le canzoni solo in chiave acustica mentre vorrei riuscire a fare qualche data con una band che riproduca il suono del disco.

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La foto nell’articolo “Intervista esclusiva a Maestro Pellegrini” sono state gentilmente fornite dall’ufficio stampa dell’artista

 

Post Author: Redazione musica

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